Associazione ‘La Casa della Memoria’
Servigliano
Mostra antologica su Giorgio Perlasca
Nel 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, a Servigliano cominciarono i lavori per costruire un grande Campo di internamento per prigionieri. La struttura venne collocata alla periferia del paese, lungo la ferrovia che attraversava la valle del Tenna e che da Porto S. Giorgio portava ad Amandola. Dopo l’esproprio del terreno, circa 30.000 mq, furono costruite una quarantina di baracche in legno e muratura di 500 metri quadrati ognuna e, oltre il muro di cinta, anche diverse casette in muratura per l’alloggio delle guardie. Il Campo nell’insieme poteva contenere quasi 10.000 prigionieri. Subito dopo cominciarono ad arrivare i primi prigionieri di nazionalità prevalentemente austroungarica e circa venti di questi morirono per cause diverse.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, il Campo venne sgomberato ed i prigionieri rimpatriati.
Nel 1935 lo Stato fascista ne cedette una metà al Comune di Servigliano che realizzò un campo di calcio, che ancora adesso è funzionante. Il resto del Campo venne adibito a deposito di armamenti.
Poco dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il Campo venne risistemato per l’arrivo di nuovi prigionieri che appartenevano a varie nazionalità: greci, maltesi, ciprioti, inglesi, americani, francesi, slavi.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nella confusione di quei giorni, circa duemila prigionieri si diedero alla fuga aprendo una breccia nel muro di cinta e riversandosi nella vallata del Tenna, verso i Sibillini. Tutti ricevettero accoglienza e solidarietà da parte della gente, in modo particolare dei contadini.
Nel giro di qualche giorno però, la situazione tornò sotto il controllo dei fascisti e dell’esercito tedesco che aveva occupato anche il Campo di Servigliano. I nazifascisti rastrellavano il territorio alla ricerca dei prigionieri fuggiti e degli ebrei, molti dei quali furono deportati ad Auschiwitz e sterminati.
Con l’arrivo degli alleati e la fuga dei tedeschi, nella primavera del ’44, il Campo venne chiuso e la struttura affidata a poche guardie.
Purtroppo, già nel settembre del 1945 al Campo iniziarono ad affluire i primi profughi sloveni, oltre un migliaio, a causa delle tensioni che si manifestarono tra l’Italia e la Jugoslavia del maresciallo Tito. Lentamente cominciarono ad arrivare anche profughi dalle ex -colonie italiane in Africa, Libia ed Etiopia, che si aggiungevano al flusso crescente di Italiani che abbandonavano i territori friulani occupati dall’esercito jugoslavo. Saranno circa cinquantamila fino al ’55, quando il Campo verrà definitivamente chiuso ed affidato alla manutenzione di un custode. Negli anni Settanta la struttura sarà smantellata per costruire un Centro polisportivo.
Questi eventi hanno segnato la storia non solo della piccola comunità di Servigliano, ma anche dei molti paesi che si affacciano sulla Valle del Tenna. Recuperare la memoria di tutte queste vicende che hanno interessato il Campo di prigionia è un dovere verso coloro che hanno vissuto quei drammi ma anche verso le nuove generazioni.
Gli eventi si possono distinguere in tre momenti, in relazione a tre grandi passaggi della storia del Novecento:
- la Prima Guerra Mondiale;
- la Seconda Guerra Mondiale;
- la Guerra Fredda.
Ognuno di questi momenti rappresenta una ‘crisi di valori’ della società, l’asservimento di intelligenze e di risorse a ideologie che pretendevano di essere assolute, e che portarono ad uno strascico apocalittico di distruzione e di morte.
In particolare, quest’anno ricorrono i sessant’anni di un evento di grande importanza: la deportazione degli ebrei da Servigliano ad Auschwitz.
Fin dai primi di ottobre del 1943, dopo la notizia dell’armistizio dell’8 settembre e la fuga dei prigionieri alleati, i nazifascisti avevano cominciato i rastrellamenti degli ebrei che venivano concentrati nel Campo di Servigliano ormai vuoto. Si trattava per lo più di famiglie composte da bambini ed anziani. Le condizioni di vita degli internati erano dure ed i pasti corrisposti insufficienti, tuttavia riuscirono a superare, seppur tra mille stenti, il rigido inverno. Poi, durante la notte del 3 maggio 1944, un aereo alleato bombardò un lato del Campo per provocare un’apertura nel muro di cinta e permettere la fuga dei prigionieri. Nella confusione generale, tutti si allontanarono dal Campo in cerca di riparo e soccorso. Gli ebrei erano in 50, nuclei familiari numerosi che senza soccorso non potevano muoversi. Così 31 di loro il giorno dopo decisero di accogliere l’invito dei carabinieri e di ritornare al Campo. Fu una scelta disperata, ma non potevano sopravvivere senza aiuto. Speravano nell’imminente arrivo degli alleati invece furono tragicamente caricati su alcuni camion tedeschi e deportati ad Auschwitz, dove saranno immediatamente sterminati. Solo in 19 furono soccorsi dalla gente dei dintorni. Alcuni, come la famiglia Bassani, si salvarono grazie alla solidarietà di padre Galli del convento francescano di Fermo.
Quest’anno ricordiamo i sessant’anni dalla deportazione da Servigliano ad Auschwitz dei 31 ebrei che furono uccisi e ma anche dei 19 che si salvarono grazie alla solidarietà della gente semplice della valle del Tenna. Per questa ragione si considera un grande privilegio riflettere sull’orrore della Shoah, ma anche sui gesti di solidarietà umana che alimentano la fiducia nell’uomo, attraverso l’esempio di un giusto, Giorgio Perlasca, che con coraggio, determinazione ed umiltà salvò migliaia di ebrei ungheresi dalla morte.
Quella di Giorgio Perlasca è la straordinaria vicenda di un uomo che, pressoché da solo, nell’inverno del 1944 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista 5218 ebrei spacciandosi per console spagnolo.
Emersa dopo un silenzio durato quasi mezzo secolo, la storia di questo “eroe per caso”, il cui nome oggi si trova a Gerusalemme tra i Giusti delle Nazioni, dimostra che per ogni individuo è sempre possibile assumersi la responsabilità personale per la difesa della vita e dell’umanità.