'Si sporcò tutto con il fango'
In questi giorni è venuto a mancare
Renzo Zocchi,
un amico della nostra associazione,
riteniamo che il modo migliore per ricordarlo sia riproporre parte della sua testimonianza
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In quei giorni del ‘43 circolava la notizia dell’armistizio, la radio la ripeteva spesso. In famiglia eravamo felici, pensavamo che non si sarebbe più sparato. In casa eravamo circa diciotto persone: tre famiglie più uno zio che non si era sposato, ed era un gran parlare. Il podere che avevamo era grande e richiedeva molte braccia. Tutti eravamo convinti che la guerra fosse finita, invece, qualche giorno dopo, lungo il fosso vedemmo arrivare a frotte dei prigionieri con addosso gli zaini e qualcosa sotto il braccio. A gruppetti, un po’ qua e un po’ là, camminavano facendo molta attenzione a non dare nell’occhio. Sarà stato il nove o dieci settembre. Molti si fermavano nei campi e cautamente si avvicinavano alle case. Qualcuno faceva delle tende alla buona, nascosto nel fosso, e si fermava lì per qualche giorno. Alcuni ci regalavano anche della cioccolata e per noi era come andare in paradiso.
Ricordo che i genitori ci davano delle file di pane, di circa un chilo, come si facevano nel forno a legna, per portarli ai prigionieri nascosti nel fosso, e questi ricambiavamo con qualche caramella, anche delle sigarette. E allora ci tornavamo spesso. Il pane a noi non mancava, in campagna era l’unica cosa che abbondava.
Il nome di un inglese era Williams, e poi c’erano gli americani Johnny, Charles e Risorciali, quest’ultimo era un ebreo, che andava e veniva da casa nostra. Fu la fame a portarli da noi. I genitori li sistemarono in una capanna.
Erano molto disponibili e, se c’era qualcosa da fare, anche ben lieti di rendersi utili. Prima, si lavorava molto a zappa e per il tempo che rimasero da noi, non si tirarono mai indietro. Poi, a causa dei rastrellamenti che si stavano facendo nella zona, andarono via.
Un giorno capitarono dei tedeschi senza che noi ce ne accorgessimo: eravamo affaccendati a costruire un muro con pietra e fango, e Risorciali ci stava aiutando. Quando li sentimmo erano ormai a venti metri da casa, allora l’ebreo, furbamente, si sporcò tutto con il fango che stavamo usando e quando i tedeschi fecero il giro della casa alla ricerca di fuggitivi, non trovarono nulla di particolare e andarono oltre. Qualche tempo dopo, durante l’inverno, l’ebreo andò via e Jonnhy trovò ospitalità presso un’altra famiglia. Negli ultimi tempi si sentivano notizie di rappresaglie e c’era timore che potessero venire a casa e fare del male anche a noi. Agli inizi della primavera Charles, cosciente che la situazione si faceva sempre più delicata, aveva deciso di nascondersi in una grotta nel fosso, non lontano da noi, dove passava la notte. Proprio in quel nascondiglio venne preso dai tedeschi, che lo deportarono in Germania.
Dopo la cattura di Charles, non avemmo sue notizie per molto tempo; poi, un giorno, ci arrivò una lettera dall’America: era Charles che ci scriveva per salutarci e ringraziarci. Da allora continuammo sempre a scriverci, ci scambiavamo le fotografie: io lo aggiornavo su di me e sulla mia famiglia, e lui faceva altrettanto.
a cura di Filippo Ieranò.